MIGLIORIAMO LA NOSTRA AUTOSTIMA ATTRAVERSO LA FLORITERAPIA

Come utilizzare i fiori di Bach per migliorare l’autostima

Ciao Sono Susanna Maggione, naturopata, infermiera di area geriatrica, dottoressa in Scienze Cognitive e Processi decisionali.Membro dell’Associazione Solve et Coagula che ha lo scopo di costruire una rete collaborativa di professionisti (psicoterapeuti, psicologi, infermieri, medici) dediti al miglioramento della qualità della vita, alla crescita personale e delle relazioni umane, nei diversi contesti esistenziali e nell’ambito dei rapporti interpersonali.

Susanna Maggione

Oggi vi voglio parlare di come poter migliorare la propria autostima attraverso la Floriterapia, ma che cos’è esattamente l’autostima?

Potremmo definirla come l’insieme dei giudizi valutativi che la persona ha di se stessa e ciò implica il fatto che per costruire una corretta autostima bisogna sapersi osservare e conoscersi: ecco perché la Floriterapia, ovvero il riequilibrio emozionale attraverso le Essenze Floreali, può venirci in aiuto in questo compito cosi impegnativo.

La scarsa autostima, per esempio, è uno degli items principali che coinvolgono le donne in diverse fasce di età: le donne con bassa autostima sono più vulnerabili poiché dipendono maggiormente dal feedback e dalle conferme altrui, reagendo in modo peggiore agli stressor ambientali e lavorativi.

Da recenti ricerche si dimostra che chi subisce mobbing, stalking o soprusi nella vita privata e lavorativa ha minor autostima rispetto a persone che non ne sono coinvolte, ma è altrettanto vero che bassi livelli di autostima espongono i soggetti a maggior rischio di subire violenze o di entrare in relazione con individui che reiterano copioni legati al fenomeno dell’aggressività.

Un alto livello di autostima risulta quasi un meccanismo protettivo nei confronti di se stessi, una sorta di “prendersi cura del proprio sè”, al di là dei giudizi e delle manipolazioni altrui. Inoltre, sviluppare un locus of control interno, puo’ guidarci in scelte basate sulla fiducia personale, aiutandoci maggiormente nel vagliare le relazioni giuste e soprattutto sane.

Il creatore dei Fiori di Bach scrisse che il tipo Larch è il soggetto che si considera inferiore alle persone che lo circondano, sentendosi meno capace degli altri. Il tipo Larch si aspetta di fallire e sente che non raggiungerà il successo, quindi non rischia né si sforza di riuscire nella vita. Larch è un ottimo rimedio in chi ha bassa autostima, poiché lavora sul senso di fallimento e inutilità che la persona  può aver maturato nel tempo, magari a causa di aspettative deluse o insuccessi nella sua vita sentimentale e nei suoi legami intimi.

Larch lavora anche sull’eccessiva attenzione che la persona ha verso i risultati, trascurando il “processo” come percorso per apprendere le cose, aiuta ad accettare le critiche come modalità di crescita personale. Porta l’individuo a sciogliere il timore del giudizio e il desiderio continuo di confronto col mondo esterno (si può associare al punto Luo SI7,  un punto di agopuntura che aiuta la donna a superare la propria rigidità interiore, legata ad una condizione di scarsa autostima generata da copioni famigliari).

Larch può essere assunto previa diluizione in una boccetta da 30 ml in cui l’acqua è stata diluita in una piccola quantità di brandy, che serve per la conservazione della preziosa Essenza.

Nel nutrito repertorio della Floriterapia Australiana vi sono miscele di Fiori del Bush che hanno proprio lo scopo di migliorare la percezione positiva di se stessi. Tra queste vi è Self-Confidence: la combinazione di Boab, Dog Rose, Five Corners, Southern Cross e Sturt Desert Rose favorisce fiducia e fede nella parte saggia del proprio Io, aiuta a sentirsi a proprio agio tra la gente, risolvendo i pattern subconsci e gli autosabotaggi che portano alla considerazione negativa di se stessi. La Miscela aiuta inoltre ad elaborare i sensi di colpa derivati da azioni passate, assumendo responsabilità verso i nuovi eventi che accadono nella vita, maturando l’idea di poterli “creare”, smettendo di subirli.

I singoli Fiori della Miscela hanno tutti un punto in comune: lavorano sulla crescita personale positiva, potenziando la fiducia verso la vita e riducendo l’azione delle nostre paure ataviche. Boab libera dalle azioni negative all’interno della famiglia, dagli abusi e dai pregiudizi passati, aiuta a rilasciare le emozioni represse. Five Corners, in particolare, aiuta le persone che sabotano i propri obiettivi o sogni, poiché credono di non essere abbastanza bravi da meritarli. Southern Cross incrementa il proprio potere personale, rendendo consapevoli che si è in grado di creare la propria realtà, infine Sturt Desert Rose va a ridurre il disagio per le azioni negative passate. La Miscela può essere assunta tutti i giorni, mattina e sera, sette gocce sublinguali.

Fiore simbolo della Floriterapia Australiana è Waratah, che in lingua aborigena significa “bello”, esso simboleggia La Fede, la Fiducia. In un’antica leggenda aborigena si narra che la bellissima   Krubi era innamorata di un affascinante giovane e dalle montagne impervie attendeva ogni giorno il suo ritorno dalla caccia. Una sera Krubi era molto preoccupata, sapendo che il suo amato fosse andato in battaglia contro un’altra tribù aborigena. Attese tra le montagne per sette giorni ma il giovane non tornò più. Avendo saputo successivamente della morte del fidanzato, Krubi volle morire, ma proprio mentre il suo spirito attraversava le fenditure della roccia nacque Waratah: il Fiore rosso dalle foglie appuntite come una lancia, il Fiore del coraggio, della tenacia, il Fiore della Fede incrollabile verso la vita, il Fiore della Sopravvivenza emotiva.

Waratah è il simbolo della donna che sa “andare oltre”,affrontando ogni tipo di crisi emotiva legata alla propria autostima, non a caso la protagonista della nostra storia era una donna: bellissima e forte mostrava lo stesso coraggio che il Fiore comunica: la sua forma ricorda il Sacro Cuore di Gesù, il cuore della passione e dell’amore verso la vita, verso la fede.

Waratah può essere diluito in una boccetta da 30 ml composta da acqua e brandy (il brandy ha lo scopo di conservare il prodotto).

Fiore di Waratah

Altro rimedio interessante, questa volta della Floriterapia italiana, è Pontetilla: Giovanna Tolio (la creatrice di queste Essenze) spiega che Pontetilla lavora sui problemi di disistima, inadeguatezza e svalutazione di se stessi. Pontetilla incrementa la valorizzazione del proprio sé, applicato sul terzo chakra (Manipura) lavora sulla frustrazione che può essere somatizzata a livello dello stomaco, interessante inoltre il colore giallo del fiore, che richiama l’attenzione sull’uso della ragione attraverso la consapevolezza dell’imparzialità e  della neutralità. Pontetilla stimola il nostro potere personale, il potere di decidere di amarsi e credere nella propria capacità di rispettare se stessi.

Pontetilla può essere assunta diluendone due gocce in una boccetta di acqua e brandy da 30 ml, volendo è possibile scegliere più Essenze da combinare assieme, personalizzando il mix a seconda delle esigenze della persona. Tutti i rimedi italiani vanno assunti per via esterna e applicati, contemporaneamente, sulla pelle: si può addirittura scegliere di diluire il rimedio in crema base o olio vegetale idratante, per fare massaggi serali,  oppure unire l’Essenza ad oli essenziali  per un bagno rilassante: basta prendere un bel bicchiere di latte vaccino o vegetale al quale verranno aggiunte poche gocce di Pontetilla e oli essenziali, come quello di lavanda vera o angustifolia.

Ultimo rimedio (forse il più particolare) è il “Rimedio della Fiducia”: creato da Giovanna Tolio, lavora sul quarto chakra, conducendo la persona ad uno stato di maggior pazienza e rispetto verso sé stessa e gli altri. La Miscela sostiene inoltre nel processo di perdono verso noi stessi e verso il prossimo. A livello sottile ha a che fare col piacere di abbandonarsi avendo fiducia nel processo del vivere, sapendo che “Vita” significa anche “Ritmo”, “Pazienza”, “Fede” e soprattutto “Fluidità”, lasciando andare le rigidità psicofisiche (la mancanza di autostima è una forma di rigidità psicologica).

In questo breve excursus abbiamo visto come la Floriterapia possa migliorare il nostro dialogo interiore (self-talk), aiutando  a sostenerci, diventando “le madri di noi stessi”, rivolgendoci parole di amore ed autocura che solo noi, attraverso pazienza e benevolenza, possiamo rivolgere al nostro sé più intimo.

Ricordiamoci sempre che l’autostima è fatta di piccolo gesti, di piccole attenzioni verso la nostra persona. Impariamo ad usare la mente come se fosse una lente che possa mettere in evidenza il bello di noi, accettando le nostre imperfezioni, i nostri errori come mezzi per poter crescere, consapevoli che le soluzioni desiderate ai nostri problemi esistono già, al di là dell’ostacolo.

Amarsi significa dunque creare uno spazio di libertà interiore, scevro dai pregiudizi che usiamo verso noi, consapevoli che la serenità non è mai una meta da raggiungere ma è uno stato dell’essere, ricordandosi che tutto è Uno e che possiamo trovare un senso ad ogni situazione, sapendo che non esiste errore perché questo è solo uno dei passi che ci porta alla crescita personale.

A questo proposito la Floriterapia è una delle nostre armi migliori nel percorso di crescita personale e come scrisse il poeta Kahlil Gibran “Se cerchi Dio, lo troverai che ti sorride in un Fiore”.

Susanna


Puoi visitare il sito: solveetcoagula.org dell’Associazione Dove et Coagula con cui collaboro.

Numero di telefono: 3477472589

Mail: susanna.maggione@gmail.com, oppure mi trovi su IG come @misstrawberrykiss

Puoi contattarmi per consulenze di floriterapia (Fiori di Bach, Australiani, Italiani) e fitoterapia, alimentazione naturale e ripristino dell’ecosistema intestinale, test e trattamento intolleranze alimentari, lettura dell’iride e del piede, reflessologia plantare, medicina tradizionale cinese e cromopuntura, tecniche energetiche per cambiamento del proprio stato d’animo e crescita personale.

Possibilità di consulenza anche a distanza (Skype o WhatsApp)

Il peposo dell’Impruneta

per la rubrica C&C, Cocking&Chatting oggi cucina e si racconta Elisabetta, store manager presso un noto brand francese.

Era da tanto che desideravo che Elisabetta partecipasse a questa rubrica. Donna dalle mille sfaccettature con passato da cuoca superba di un locale tipico fiorentino, dove ho avuto il piacere di assaggiare la sua cucina più di una volta.

L’ho raggiunta tramite social e lei mi ha mandato un vocale in cui mi spiegava la motivazione per cui non voleva farlo ( che io per onor di cronaca vi scriverò poiché racconta la SUA storia) ed alla fine l’ha fatto solo quando io ho scelto per lei il piatto per la ricetta.

Iniziamo quindi dal principio e conosciamo, in un modo diverso Elisabetta.


“Ci ho riflettuto su quello che mi hai proposto. Quando parlo di cucina provo sempre delle sensazioni molto forti perché ho un rapporto con la cucina molto particolare. Molti piatti infatti, ma la cucina in genere, rappresentano tutta la mia vita ed è quindi difficile per me, indicare una ricetta nella quale io mi rispecchi.

Il mio rapporto con la cucina è iniziato in modo molto turbolento, ero totalmente incapace: non sapevo fare un uovo fritto, persino la pastina o era troppo liquida o era troppo dura. Ad un certo punto è venuta fuori la sfida con me stessa :come è possibile che io non riesco a capire i tempi di cotture, le dosi o qualsiasi altra cosa che riguarda la cucina? Quindi ho iniziato a provare e riprovare e rendendomi sempre più conto che in realtà non solo avevo un’attitudine innata per i fornelli ma amavo anche passarci il mio tempo. Sono diventata brava a realizzare i piatti classici della cucina campana tipo il ragù alla napoletana, la parmigiana, la pastiera. Un pò come Picasso penso di avere vari periodi. Questo che chiamerei “Approccio alla cucina” mi fa pensare a tutti quei piatti della tradizione campana che quindi sono stati importantissimi nella mia prima fase di formazione culinaria.

Poi mi sono trasferita a Firenze ed ho iniziato un approccio diverso con la cucina che ha segnato un grande cambiamento in me: ero diventata socia in un ristorante per cui la cucina non era più qualcosa di casalingo che doveva soddisfare il palato di amici e familiari ma si era trasformata in una professione che doveva incontrare il gusto anche di persone sconosciute.

Inizia qui la mia “seconda fase picassiana”, ho cominciato a conoscere la cucina toscana con i suoi classici della tradizione che non mi appartenevano, eppure sono diventata brava anche in quel tipo di cucina e quindi quando penso al periodo toscano ( la fase della consapevolezza) penso al Peposo, la Ribollita, i Fegatini. Insomma, piatti che erano lontani da me ma che sono diventati miei e che cucino ancora oggi.

Però non mi bastava. Ogni giorno passavo davanti ad un ristorante piccolo ed ogi volta che lo vedevo pensavo ” un giorno diventerà mio” ed effettivamente è stato così. Ho comprato quel ristorante ed ho intrapreso un percorso molto difficile poiché quando l’ho comprato era un ristorante allo sbando che aveva perso completamente d’immagine (Le tre panche n.d.r.). Ho investito tutto quello che avevo sia in termini di soldi sia in termini di esperienza che avevo maturato in quei dieci anni.

Era il mio sogno che si stava realizzando e dovevo fare di tutto affinché si realizzasse, nonostante i rischi che correvo. Abbiamo lavorato tantissimo e alla fine abbiamo fatto ritornare il ristorante ai vecchi splendori, abbiamo rivisto tornare la famiglia Cavalli o i calciatori della Fiorentina calcio, è ritornato ad essere IL ristorante di Firenze dove si incontravano persone per poter bere e mangiar bene.

Grazie a questo ristorante ho conosciuto una persona che ha creduto in me, (forse all’epoca ci credeva più lui che io nelle mie capacità), ha voluto che portassi la cucina fiorentina in giro ma con quella freschezza che mi contraddistingueva, nonostante la tradizione Fiorentina si basi su dei capisaldi storici che non ho mai tradito, semplicemente fatti miei.

Con lui è iniziata la mia “terza fase” quella del “sogno” ho girato il mondo: America, Cina, eventi in ristoranti da mille e una notte. Ho collaborato con l’Enoteca Pinchiorri in Russia e così quel periodo è contrassegnato da piatti che facevo abitualmente come i Tortelli di Fossa al Tartufo, le Braciole di Maiale alla Contadina, il mio Cheescake che è la mia ricetta segreta ( e che quindi non svelerò mai).

Questo è il motivo per cui per me dare una ricetta sola significherebbe eliminare un pezzo di me. Ogni periodo è contraddistinto da una “fase” e da piatti ben precisi che riconducono ad essa. questi piatti sono cristallizzati come nell’ambra e rappresentano il mio posto sicuro, il posto dove mi rifugio quando voglio rivivere i miei ricordi ed il mio sogno.

quindi quando mi chiedono: “Ma quel’ il tuo piatto preferito?” per me è sempre difficile rispondere perché ogni piatto mi ricorda qualcosa. Anche una pasta molto semplice come quella con il pomodoro per me è carica di significato : il mio compagno me la chiede spesso poiché per lui rappresenta il colore di casa, la semplicità degli affetti di una famiglia.”


Questo è quello che mi ha detto Elisabetta. Allora abbiamo fatto un patto : che fossi io a scegliere la ricetta per il piatto. A voi Il Peposo di Elisabetta.


Ciao Sono Elisabetta, ho 46 anni sono originaria di Campagna un paese della provincia di Salerno. Vivo a Milano, attualmente sono Store manager in un azienda di abbigliamento francese. Ho vissuto 15 anni a Firenze ed è qui che inizia la mia storia in cucina..

Il mio motto: cadi sette volte e ti rialzi otto!!! Ed è quello che ho fatto e che farò se ce ne fosse ancora bisogno!!! Non mi arrendo mai!!

Elisabetta

Il Peposo è una ricetta antica Toscana, precisamente dell’Impruneta.

L’ Impruneta, è un bellissimo paese vicino Firenze. È famosa per i suoi cotti, mattoni, giare ed il Peposo, infatti è detto anche all’ Imprunetina o dell’Impruneta, oppure Peposo dei Fornacini.

Quando i fornacini lavoravano ai forni, dalla mattina mettevano in un tegame di coccio, la carne, muscolo, pepe in grani e macinato, vino rosso e sale. L’ olio poco, perché naturalmente la carne che usavano non veniva scattivata ed aveva il grasso necessario.

Con il tempo questa ricetta ha subito delle piccole modifiche.

Con l’arrivo del pomodoro, negli anni è stato aggiunto del concentrato di pomodoro alla ricetta base. La cottura avveniva davanti alle bocche delle fornaci per qualche ora. Con le carni di oggi non occorrono 4/5 ore di cottura ma non meno, però, di 2 ore e mezza, perché la carne deve risultare morbida e succosa.


La ricetta per il PEPOSO DELL’IMPRUNETA

  • 500 gr di muscolo ( perché volesse anche il Cappello del prete è perfetto)
  • 3 bicchieri di Chianti
  • 4 spicchi d’aglio
  • pepe nero in grani e macinato
  • Sale q.b.
Gli ingredienti

Sarebbe perfetto avere una pentola in coccio, ma nel caso va bene anche una pentola in pietra vulcanica.
Mettete tutti gli ingredienti nella pentola, quindi la carne, il pepe, l’aglio, il pepe macinato e poi sale, se la carne è magra aggiungere un po di olio EVO, il vino rosso ed acqua calda, a coprire.

Far prendere il bollore, coprire e lasciar cuocere x 2 ore e mezza ogni tanto controllare. Dopo due ore circa, togliere il coperchio e far addensare i succhi della carne ed il vino.
Per la variazione che prevede il pomodoro, sciogliere un doppio concentrato di pomodoro in un po d’ acqua, quando la carne prende il bollore, con i precedenti ingredienti aggiungetelo.

Il Peposo all’ imprunetina, va servito con dei fagioli cannellini con olio e salvia e naturalmente, come ogni buon piatto Toscano con del pane “sciocco”.

Buon Appetito

Elisabetta 🙂

LA MIA STORIA DI UN AMORE MALATO

Non avrei mai pensato che questo blog mi portasse a parlare di cose così personali e che ho impiegato anni per poterle capire e digerire.

Partiamo dal presupposto che la felicità in Amore esiste ed io ho l’ho trovata con mio marito, ma probabilmente avevo bisogno di quell’esperienza durata ben 8 anni, per farmi capire il rapporto sano che ho oggi è l’uomo fantastico che è. Insomma penso che tutti noi dobbiamo fare un percorso su questa terra e quel percorso ci porta poi ad essere esattamente dove siamo. Insomma per me vale il “nulla capita per caso”.

Ho conosciuto Andrea a lavoro, io avevo 24 anni, lui 28. La nostra storia è durata fino ai miei 32 anni. Non credo di aver sofferto mai per qualcuno come che per lui. Lungi da me paragonare la morte di mio padre (amatissimo padre) alla sofferenza che ho provato per Andrea ma il dolore della morte di papà è stato violento, come un uragano che ha spazzato via ogni cosa (mi manca ancora e mi mancherà per sempre), un dolore intensissimo che è durato tanto ma che è giunto ad una sorte di rassegnazione con cui ho imparato a conviverci.

Il dolore che invece ho provato per Andrea era come una goccia cinese, batteva sempre nello stesso punto goccia dopo goccia, anno dopo anno. Da impazzire.

Vedete, c’è una violenza che forse è ancor più subdola ( non più grave ma più subdola) di quella fisica: la violenza psicologica. Non si vede, apparentemente non hai cicatrici visibili, hai una vita normale, i tuoi amici, le tue passioni, i tuoi hobby, il tuo amore. Niente di tutto ciò è vero. Sei sola. Sei sola nonostante contornata da 100 persone che ti vogliono bene, perché ti senti in compagnia solo quando c’è lui.

Non esistono hobby, passioni o uscite. Quando le fai è perché ti costringono o perché non puoi dare l’ennesima buca, ma la verità è che a te non importa: tu vuoi stare solo con lui e la tua vita si può chiamare VITA solo quando c’è lui con me, il resto dei giorni è solo un’attesa, una via che ti porterà a Quel giorno.

Non voglio raccontare i particolari di quella storia perché non servirebbe a nulla, ma quello che ho provato, quello che mi sono fatta fare (nel mio caso solo psicologicamente) nella speranza che alla fine lui potesse amarmi come lo amavo io, si, quello cerco di trasmettervelo.

Cosa state pensando? Ma una persona forte, determinata come Giuliana ha vissuto questo? non ci sono donne forti, determinate o toste che non possono caderci : la dipendenza affettiva è dietro l’angolo e ci può capitare quando meno ce lo aspettiamo.

Che sia ben chiaro un punto: lui era una merda perché sapeva perfettamente quello che mi stava facendo. La nostra relazione era aggravata dal fatto che lui era fidanzato ( e la fidanzata sapeva di me ed accettava che potesse avere un’altra storia), quindi io viaggiavo con le mie amiche, uscivo con le mie amiche quando lui, la maggior parte delle volte, non poteva.

Ho sempre detto a tutti (quando ne sono uscita ed ho imparato ad ironizzare su quella storia) “Ho pianto tantissimo per Andrea, ma almeno ho pianto nei posti più fighi : in cima alla torre Eiffel, sulle Ramblas a Barcellona, A Londra, Berlino, Los Angeles, New York, quando ero in giro per la California, in Giappone ed in tantissimi altri posti”. Insomma lui mi diceva di andare e non preoccuparmi, però alla fine quando ero lontana trovava il modo di farmi sentire in colpa ed io non riuscivo mai a godermi il viaggio: Sapete quante volte è capitato che sono ritornata in camera a piangere mentre le mie amiche uscivano? O peggio ancora piangevo per strada mentre lui al telefono me ne diceva di tutti i colori?

Starete dicendo “che sfigata”, ma non avete idea della paura che io avevo di perderlo e lui giocava proprio sulle mie insicurezze rendendomi ancora più insicura… anzi nella maniera più subdola possibile mi demoliva giorno dopo giorno.

Mi sentivo brutta, non alla sua altezza, mi sentivo insignificante e senza una forte personalità e più lui mi faceva sentire così più io facevo carriera a lavoro. si, perché fortunatamente l’unica cosa che non è riuscito mai a toccarmi ( ma credo che non volesse toccarlo) è stato proprio quello (chiaramente gli conveniva che io gli comprassi vestiti, viaggi, pc, telefonini di ultima generazione ed addirittura una macchina). Più soffrivo, più lavoravo, più avevo soddisfazioni. Più soffrivo, più la mia vita era vuota sentimentalmente, più la riempivo con il lavoro, fino a quando non ho avuto una delusione a lavoro che mi ha fatto cadere tutto il mio castello di carte, facendomi cominciare a soffrire di crisi di panico.

Inutile dirvi che era bellissimo, intelligente e stronzo. Che quando lo provavo a lasciare lui mi ricercava e che quando mi lasciava lui ( che era sempre un ricatto) io lo ricercavo dandogli quello che voleva e chiedendogli scusa anche se avevo palesemente ragione.

Vi ho detto che la storia è andata avanti per anni e mi rimbombano nella testa ancora delle frasi che mi diceva ed a volte anche la sua voce.Promesse, promesse, promesse, promesse di lasciare l’altra, promesse di amore eterno, ovviamente tutte bugie.

Ho cominciato a capire che ero come una mosca intrappolata nella ragnatela del ragno : dovevo farmi aiutare.

Sono andata da uno psicologo specializzato nelle dipendenze affettive e ricordo una cosa che mi disse. Quando mi domandò cosa provi quando lo lasci,io risposi ” non so come spiegarlo è come se io andassi in crisi di astinenza, dopo due giorni inizio a star male fisicamente”, lui con molta serenità mi disse “non ti sembra di andare in crisi di astinenza in realtà ci vai davvero. Quando una persona soffre per amore, il cervello produce la stessa sostanza che produce durante le crisi di astinenza da droga ( ovviamente in quantità assolutamente ridotta) e quindi il tuo star male fisicamente ha una motivazione oggettiva.”

Capii che dovevo disintossicarmi, ma come?

L’aiuto me lo diede proprio Andrea. Scoprii che aveva altre tre donne con cui si vedeva ( di cui non sapevamo nulla né io né la fidanzata ufficiale) ma soprattutto la fidanzata rimase incinta. Lui mi disse ” io voglio che tu faccia parte della vita di mio figlio, che ti conosca e che tu sia una seconda mamma per lui”. A quel punto capii che lui era pazzo. Io forse malata d’amore, ma non pazza. Ne dovevo uscire.

Chiesi alla mia azienda di trasferirmi a Roma dove feci perdere ogni traccia di me ad Andrea, cambiai numero di telefono, ricominciai TUTTO dal principio rompendo i rapporti anche con le persone che conoscevano entrambi.Lui non ha saputo più nulla di me, io non ho saputo più nulla di lui.

La prima relazione dopo Andrea, l’ho avuto dopo 4 anni. Dovevo ricostruire ogni pezzo di me. L’ho fatto e l’Universo mi ha portato Gigi. Il grande amore della mia vita.

Giuliana

Quinoa profumata al Limone con Avocado e Gamberi

Per la Rubrica C&C, Cooking & Chatting oggi cucina e si racconta Alexandra Macchioni, manager presso Booking.com

Ciao sono Alexandra, ho 34 anni e a dispetto della “x” sono nata a Roma e da qualche anno vivo a Firenze.

Alexandra Macchioni

Di ricette del cuore ne ho diverse, tuttavia la scoperta più significativa di questi mesi da condividere con voi, ha come ingrediente principale la Quinoa.

Ho passato gli ultimi 11 anni viaggiando dal Nord al Sud del nostro bel paese per lavoro.

Una vita dinamica, piena di posti, persone, esperienze e sapori unici.

Unico neo? Alimentazione frenetica, disordinata, scostante, decisamente non salutare.

Ho sempre cercato di portare a casa qualche ingrediente per dare libero sfogo ad una delle mie grandi passioni la Cucina. 

Una cucina amatoriale, autodidatta, ispirata dalle ricette della mamma e della nonna, a volte pasticciata, a tratti azzardata ma sicuramente piena d’amore e di curiosità.

“Galeotto fu” il regalo di un libro che inaspettatamente, ma non troppo, è riuscito a coniugare le mie 3 C curiosità, creatività e consapevolezza, gettando le prime basi per un cambio alimentare e culinario, al quale oggi non potrei rinunciare.

In quest’onda di cambiamento, voglia di sperimentare, necessità di mangiare bene,  ho provato tantissimi alimenti nuovi.

L’unico scoglio insormontabile fino a qualche mese fa è stata sua maestà la Quinoa.

Quinoa bianca

Per quanto mi riproponessi e promettessi di provarla, lei restava li nella mia dispensa, immobile. 

Una mattina ho deciso di sfidarla e sfidando lei ho messo alla prova me “Cara Quinoa sappi che tu diventerai saporita e lo diventarai questa sera per cena!”

Da quella cena,  la Quinoa ed io siamo diventate grandi amiche.

Qui trovate la ricetta che ha fatto scoppiare la scintilla:

Quinoa profumata al Limone con Avocado & Gamberi

Ingredienti per 4 persone

  • 250 gr di Quinoa 
  • 16 Gamberi 
  • 2 Avocado abbastanza maturi
  • 500 ml di Acqua
  • 1 Carota
  • 1 Cipolla
  • 1 spicchio d’Aglio
  • 1 Limone ( succo e scorza)
  • Sale
  • Pepe nero
  • ½ cucchiaino di Curcuma
  • Olio Extra vergine di Oliva o in alternativa Olio di Cocco

Taglio a dadini piccoli la cipolla e la carota, sciacquo bene la quinoa.

In una pentola capiente con coperchio verso i 500ml d’acqua, aggiungo la quinoa, i piccoli dadini di cipolla e carota , il ½ cucchiaino di curcuma, un pizzico di sale e una spolverata di pepe nero.

Lascio cuocere con coperchio a fuoco lento per almeno 15 minuti, il tempo di cottura può variare a seconda della varietà di quinoa scelta.

Nel frattempo sbuccio i gamberi , li taglio a dadini e li metto in una ciotola con un pizzico di sale, una spolverata di pepe nero, uno spicchio d’aglio tagliato a metà, un filo di olio, la scorza del limone e metà del suo succo.

Controllo la cottura della quinoa e se ancora ci vuole un po, inizio a sbucciare gli avocadi e a tagliarli a dadini ( è tutto un dadino  !), mettendoli in un recipiente abbastanza grande da poter accogliere anche tutti gli altri ingredienti alla fine.

La quinoa è cotta, la scolo e la faccio raffreddare un po aggiungendo il restante succo di limone.

Mentre la quinoa si raffredda, in una padella verso i gamberi e la salsina di marinatura che si sarà creata, salto a fuoco “allegro” per 3-4 minuti.

Ora non resta che togliere le scorze del limone dai gamberi e unire tutti gli ingredienti nel recipiente in cui avevo messo i dadini di avocado.

Una volta mischiati delicatamente tutti gli ingredienti sono pronta per servire e se ho voglia di qualche guarnizione finale, potrei scegliere un’ulteriore spolverata di curcuma, della paprika, del prezzemolo tritato oppure delle piccolissime scorze di limone.

Quinoa con Limone, avocado e Gamberetti

Buon appetito!

Grazie Alexandra per aver condiviso con noi la tua fantastica ricetta anche se so che non è stato semplice, per vari motivi!

vi invito a seguire la sua pagina IG, dove oltre a darvi degli ottimi spunti per i vostri pasti, abbina sempre una canzone ad ogni piatto ed io lo trovo FENOMENALE, anche perché la musica, mi ricorda un pò il posto in cui ci siamo conosciute 😉

@macinthekitchen

…E SE TI PARLASSI DI CHIOGGIA?

Fuori dalle mete più comuni. Turisti che affollano le calli di Venezia ma che ignorano una piccola cittadina dal fascino genuino e meno “artefatto” , la piccola Venezia : Chioggia. Sono solo gli stranieri a non conoscerla? Purtroppo no. Tantissimi italiani non ci sono mai stati e forse ne ignorano l’esistenza. Lo ammetto : io per prima ho conosciuto Chioggia solo quando mi sono trasferita in Veneto. Allora facciamoci raccontare Chioggia da una chioggiotta DOC. Buon Viaggio!!!


Ciao sono Serena, ho 36 anni, innamorata della mia famiglia, della musica, del mare e della mia città. Polistrumentista sin da bambina, tra chitarre, sax, pianoforte, clarinetto, batteria e all’occorrenza pure con i bicchieri pieni di Prosecco, da far suonare dopo una bella serata in compagnia degli amici. Velista della domenica, ma con la voglia di uscire in barca anche nei non festivi. Veneta DOC, innamorata della mia terra, delle sue tradizioni e dell’Italia così eterogenea nelle sue meraviglie. Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, profondamente convinta che l’impegno sociale e politico migliorino il mondo. Perché non provarci?

Solo chi ha il caos dentro può generare una stella danzante (Nietzsche).

Serena De Perini

Prova per attimo ad immaginare una Venezia un po’ più piccola, come meno turisti armati di macchina fotografica, niente gondole e con calli percorribili con le automobili.

È proprio a sud della Laguna Veneta che sorge Chioggia, definita “la piccola Venezia” per le somiglianze con la capitale Serenissima.

Skyline di Chioggia

Le sue origini si perdono nella mitologia greca e romana, con Enea fuggito da Troia insieme a Clodio, il quale si insediò proprio in questo luogo fondando Clodia, antico nome di Chioggia.

I più poetici vedono la struttura della cittadina legata al mare, con una caratteristica forma a lisca di pesce. In realtà proprio la conformazione attesta come la città sia antica, di chiara foggia romana, con un cardo, ovvero il corso principale, e tanti decumani, ovvero le sue 74 calli.

Chioggia è una piccola chicca, tutta da scoprire.

Una delle attività principali della città è senza dubbio la pesca, vantando una tra le prime marinerie d’Italia. Ed è proprio l’ambiente marinaro che caratterizza l’indole cittadina: vivace, semplice, dai modi a volte coloriti e soprattutto gioviale, capace di sorridere alla macchietta goldoniana de “Le baruffe Chiozzotte”.

Basta una passeggiata in centro per respirare la storia di questa cittadina, tra i palazzi veneziani presenti sul corso e gli edifici romanici.

In pochi sanno che proprio su una torre romanica, un tempo torre di difesa militare, oggi campanile della Chiesa di Sant’Andrea, risiede l’orologio da torre funzionante più antico al mondo.

Ma è nelle rive dei suoi canali che l’aggettivo “pittoresco”, spesso riservatole, prende ragione.

La vista delle piccole imbarcazioni ormeggiate, le vele colorate dei bragozzi (imbarcazioni tipiche) e i gabbiani reali che osservano il paesaggio dalle briccole, si prestano proprio al pennello di estasiati pittori.

Scorci di Chioggia

Non si può visitare Chioggia e non visitare le sue chiese, ognuna bellissima a modo suo.

In particolare però bisogna menzionare quella di San Domenico, posta sull’omonima isola (che propriamente isola non è, essendo collegata da un ponte) a est della città.

Questa piccola chiesa in realtà è custode di una delle leggende più belle del posto.

La chiesa è da sempre la più cara ai pescatori, in quanto è l’ultima cosa che vedono lasciando la città e la prima quando ritornano dal mare. Qui affidano le loro battute di pesca e qui, oggi come ieri, quando le barche non erano motorizzate e tecnologiche come oggi, rivolgono un’ultima preghiera per un ritorno a casa sani e salvi.

La leggenda, o almeno una delle versioni legate a questa storia, narra che un giorno dei pescatori abbiano trovato in acqua, proprio nei pressi del ponte di San Domenico, un crocifisso di circa 6 metri, ad oggi posizionato nell’abside.

Portatolo alla riva, vista la magnificenza del manufatto e considerando straordinario il ritrovamento, si pensò di collocare il Cristo solennemente nel Duomo cittadino. Ma miracolosamente il crocifisso all’indomani fu ritrovato nella chiesa di San Domenico, dove venne lasciato, interpretando la volontà divina, e legandolo così in maniera indissolubile al mondo della pesca.

Personalmente, credo che questa sia la versione della storia alla quale i chioggiotti siano più affezionati, tramandata da padre in figlio, raccontata proprio davanti a quel Cristo.

Altri raccontano di origini tedesche del crocifisso intagliato nel pioppo, imbarcato per essere portato in Terrasanta. Ma a prescindere da origine e destinazione, la nave che lo trasportava naufragò, ed è così che è arrivato a Chioggia.

Il Cristo, inoltre, non merita solo dal punto di vista storico, ma anche da quello artistico.

Il volto, infatti, è molto espressivo e cambia aspetto a seconda da dove lo si guardi: da sinistra (dalla nicchia ai piedi della croce) è visibile un volto ancora agonizzante e sofferente, da destra si evince il volto di un uomo ormai morto.

Chioggia

Chioggia non ha mai avuto nessuna volontà di competere con Venezia e la sua grande storia. Il loro rapporto nei secoli è sempre stato quello di sudditanza, con Chioggia bacino di sale (numerose erano le “saline”) a servizio della Serenissima.

Ad oggi tra le due non c’è alcuna rivalità, se non per il leone marciano posto in Piazza Vigo, la punta più a nord della città. Su una colonna con capitello corinzio, ritrovata durante degli scavi, è posto, come da serenissima tradizione, un leone di San Marco.

Subito, ad una prima occhiata, si vede che il leone è troppo piccolo per la colonna, oppure è la colonna ad essere troppo grande per il leone, ma comunque la si metta, ancora oggi questo è motivo di sfottò per i veneziani nei confronti dei chioggiotti.

I veneziani, forti dei loro leoni alati seminati per la città, lo considerano un gatto, viste le dimensioni ridotte. Si racconta che abbandonassero ai piedi della colonna delle lische di pesce prima di scappare dalle ire dei chioggiotti.

Questi, dal canto loro, difendono il loro leone incolpandone l’autore: l’opera fu commissionata ad un artista (chissà, probabilmente veneziano?!) che da un enorme pezzo di marmo, scalpellata dopo scalpellata, correzione dopo correzione, vista la scarsa bravura realizzò un leone ben più piccolo delle aspettative.

In realtà anche questa storia si perde tra i miti e le leggende della città, facendo sorridere i turisti che l’ascoltano, decisamente meno i chioggiotti, feriti nell’orgoglio campanilista.

Il famoso Leone(… o Gatto?)

Insomma questa ridente cittadina marinara è veramente una delle perle della Laguna di Venezia. Un patrimonio di curiosità, mistero e soprattutto cultura, che le vale a pieno il titolo di Città d’Arte.

Tanti i punti d’interesse, dal Ponte di Vigo, al mercato del pesce con la pescheria al minuto, fino alla zona del Sagraèto con il mariano Refugium Peccatorum, senza tralasciare le specialità culinarie legate al mondo ittico.

Sicuramente una meta da visitare e chissà che tu, turista, invece de “la piccola Venezia” possa dire di aver visitato “la grande Chioggia”.

Postcard from Chioggia

Venite a trovarci!!!!

Serena

L’OCEANO VERDE

Alla scoperta della parte più selvaggia del Brasile

Non molti sanno che uno dei viaggi più belli che ho fatto è stato in Brasile, una terra che mi ha sorpreso, affascinata, rattristata, sbalordita.

Il Brasile che però vi voglio raccontare non è Rio De Janeiro o qualsiasi altra città, ma un oceano. Un oceano verde: l’Amazzonia.

La foresta possiede una ricchezza inestimabile di piante medicinali, segreti secolari e un incredibile patrimonio culturale. La biodiversità è la più varia del mondo e vanta più di 2,5 milioni di insetti, almeno 40.000 varietà di piante, circa 2.000 tipi di pesci, circa 1.300 specie di uccelli, 450 mammiferi, 450 anfibi e 400 rettili. Questa incredibile fauna è rappresentata dai delfini rosa (il “boto cor de rosa”), i coloratissimi pappagalli ara, i capibara, i tapiri, varie specie di scimmie tra cui la scimmia ragno, urlatrice, cappuccino e il simpatico uakari calvo, con la testa calva e il muso rosso, le lontre, i caimani, i formichieri giganti, le rane freccia dai colori brillanti, le farfalle di tutti i colori, i tucani, i colibrì, i piranha, le anaconda, i giaguari (di difficile avvistamento) e l’aquila arpia, la regina della foresta.

L’ Amazzonia è una di quelle mete che chiunque dovrebbe visitare almeno una volta nella vita. Su di essa si legge nei libri, si vedono foto nelle riviste, ma è molto difficile avere l’occasione di ascoltare racconti diretti. È un luogo misterioso e affascinante ed io dovevo assolutamente visitarla.

Poi un giorno, di colpo, ero su un aereo e sotto di me c’erano solo alberi: una distesa di verde di cui non si vedeva la fine. È uno spettacolo che lascia senza parole e che produce adrenalina come pochi: finalmente ero al confine del mondo in quel luogo dove la natura ha ancora il predominio sull’uomo.

Il calore è la prima sensazione che si prova una volta scesi dall’aereo, è qualcosa di soffocante che non lascia respirare, che si attacca alla pelle e fa sudare come non mai: benvenuti in Amazzonia!

Il calore è la prima sensazione che si prova una volta scesi dall’aereo, è qualcosa di soffocante che non lascia respirare, che si attacca alla pelle e fa sudare come non mai: benvenuti in Amazzonia!

Quando sono scesa dall’aereo il cielo era tinto di arancione per l’avvicinarsi del tramonto e finalmente iniziava a tirare un lieve venticello. Il Rio è sbucato di colpo in tutta la sua maestosità, sembra più un mare o un lago che un fiume. Sull’acqua piatta, senza nessuna onda, si muovevano adagio alcune canoe. Abbiamo preso da Manaus la nostra canoa che navigando sul Rio Negro, ci ha accompagnato al nostro Lodge. Accaldati dalla giornata la prima cosa che abbiamo fatto, una volta arrivati, è stata tuffarci in quel fiume, fermo, lento, tranquillo.

Io in Amazzonia appena arrivata

La sensazione che si vive è unica, in quell’acqua ci si sente parte della natura, lontani dai grandi magazzini, dai problemi, dagli affanni, dalle difficoltà. Ci si sente parte dell’universo stesso.”

La natura è impressionante: ho camminato in molti boschi, ma mai mi sono imbattuta in un verde del genere, in alberi tanto grandi, in foglie così particolari.

Così, giusto per farvi avere un’idea….

La ciliegina sulla torta è arrivata il giorno dopo al tramonto quando ci siamo fermati con la barca in un lago dove l’acqua era molto limpida. Ci hanno invitato a osservare con attenzione e dopo alcuni minuti abbiamo potuto scorgere il dorso di alcuni delfini rosati fuoriuscire dall’acqua.

Lontani dalle grandi città e con la vegetazione talmente fitta che non filtra né la luce delle stelle né quella della luna si può provare davvero l’esperienza dell’oscurità totale

Di notte ci è stata proposta un’escursione nella selva, solo in pochi abbiamo partecipato e ciò l’ha resa un’esperienza unica. Abbiamo visto rane e tarantole di varie dimensioni ma due cose mi hanno impressionato soprattutto: i versi degli animali e il buio. Lontani dalle grandi città e con la vegetazione talmente fitta che non filtra né la luce delle stelle né quella della luna si può provare davvero l’esperienza dell’oscurità totale.

 Sempre la stessa sera ci hanno fatto salire su una canoa e alla sola luce della luna (purtroppo piena e non è il massimo per avvistare i Caimani) abbiamo navigato sulle acque del Rio. Il silenzio era assordante e il verso degli animali cambiava completamente rispetto a quello che avevamo sentito poco prima nella foresta: qui si mescolava al placido rumore dell’acqua ed a salti improvvisi (che non vedevi ma sentivi) di pesci.

La nostra guida, Marcus (un personaggio stranissimo… un misto tra Rambo, un botanico, un cacciatore, uno zootecnico, un intrattenitore, un cantastorie, insomma chi più ne ha più ne metta), ha catturato (con le mani – e non mi chiedete come ha fatto – poi lasciato subito in libertà) un Caimano baby e già si vedevano i suoi occhietti gialli e la sua dentatura a tre file!!!!

Io e il Caimano baby

Dopo questa fantastica esperienza siamo andati nel nostro bungalow lungo il rio Negro con alle spalle la foresta!!! Dormire è stata un’impresa perché ero eccitatissima… ma alla fine la stanchezza ha avuto la meglio! Ma svegliarsi la mattina con i suoni della foresta e con l’odore della natura, è un’esperienza indimenticabile, a pochi passi il Rio Negro con le sue pulitissime ma scure.

Dopo un’abbondante colazione locale fatta di frutta e marmellate, siamo ritornati sulla nostra canoa ed abbiamo raggiunto  il punto in cui il Rio Negro incontra il rio delle Amazzoni, abbiamo rivisto i delfini rosa (boto cor de rosa) e catturato ( sempre la stessa guida ed è stato rimesso subito in libertà) un Pirana, che è davvero piccolo per cui non ti capaciti di come possa mangiare un coccodrillo intero….

Pirana

“L’incontro tra i due fiumi è qualcosa di pazzesco: Nero e Blu. Un accostamento di colori che di solito viene associato a qualcosa di umano (all’inquinamento, allo sversamento di petrolio nel mare), ma questa volta è stata la Natura a usare queste tonalità dalla sua immensa tavolozza. Una lunga linea dove si incontrano il blu del Rio delle Amazzoni ed il nero/marrone del Rio Negro.”

Il Fiume Rio Negro a 10 Km dalla città di Manaus, incontra la sabbia colorata del Rio delle Amazzoni, dando origine ad uno spettacolo incredibile poiché non si mescolano subito tra loro ma “scivolano” insieme per 6 km dando origine ad un fenomeno che, come detto prima, è chiamato “Encontro das Aguas”.

L’Incontro dei due fiumi

Il Rio Negro è il più grande affluente del Rio delle Amazzoni e il più grande fiume del mondo caratterizzato dalle acque nere. Il nome “Rio Negro” significa infatti “fiume nero”. Il colore deriva dalla presenza di materia vegetale in decomposizione, disciolta nell’acqua e trasportata dal Rio attraverso la foresta pluviale e le paludi ( è comunque un’acqua pulita dove poter fare il bagno, anzi in verità quando esci la tua pelle è liscissima).

Io nel Rio Negro

A causa delle loro diverse componenti, entrambi i fiumi hanno acqua caratterizzata da diversa densità, velocità e temperatura. Per questo difficilmente si mescolano.

Le più fredde, più dense e più veloci acque del Rio delle Amazzoni e le calde acque lente del Rio Negro formano un confine netto.

Mentre navigavo non riuscivo a capire dove l’acqua finiva ed iniziavano le mangrovie, sembrava davvero che l’acqua fosse un tutt’uno con la terra che la circondava e la natura un tutt’uno con l’Universo. Una cosa che è difficile da descrivere e che ho vissuto solo in quel magico luogo.

Mangrovie che si specchiano nel Rio

 “Non so, forse ho amato (ed amo) così tanto l’Amazzonia perché per certi versi rispecchia un po’ la mia essenza: è selvaggia, è impenetrabile, nasconde lati non ancora del tutto conosciuti, è forte, è guerriera ma è anche vulnerabile.”

Questo è stato un tramonto per me molto emozionante, un momento magico ed irripetibile che mi porta alla mente delle bellissime sensazioni vissute insieme a mio marito.

Amore in Amazzonia

Healthy light muffin di Alice

Per la rubrica C&C, Cooking and Chatting oggi cucina e si racconta Alice, certified health coach


Ciao!

Sono Alice, e oltre essere una certified health coach (che in italiano penso si dica consulente nutrizionale olistica?), sono una giramondo. Vivo in Cina da ormai 15 anni (in questi giorni tra l’altro sto facendo la quarantena in un hotel a Tianjin con omini vestiti in tuta spaziale che mi portano del cibo in scatola tre volte al dì) e qui è nato mio figlio, il piccolo Filippo.

Alice

Avete presente diventare madre? Dicono che il parto sia la parte peggiore…. Ma non lo è!! Il peggio viene quando, una volta finito l’allattamento (che per me è stato una pacchia, perché bastava trovare un luogo appartato per allattare e il pasto era sistemato) iniziano i guai: mangerà questo? Mangerà quello? Poi lanci di pappette sul pavimento per mesi e mesi.. finché arriva il magico momento del “cibo solido”, che poi è solido solo di nome ma di fatto deve essere ancora morbido perché non so voi, ma a mio figlio i denti sono usciti dopo l’anno, il che vuol dire almeno sei mesi di cibo a terra e molto spesso anche sui vestiti.

Ed ecco che i muffin mi hanno salvato la vita.

Dico sul serio: da quando ho iniziato a mettere tutto sotto forma di muffin il mio mondo è decisamente migliorato. Frutta, verdura, e volendo ci si può mettere pure la carne. Ma la cosa più bella in questa favolosa scoperta è che i muffin non piacciono solo ai bambini.

Leggeri, facilmente trasportabili per chi deve stare fuori casa a lungo, se messi in contenitori salva freschezza durano diversi giorni (io quando esagero nelle preparazioni li metto pure in freezer e conservano il loro sapore per diverse settimane), e alla fine si scopre che piacciono anche al resto della famiglia, nonna inclusa (che quando si tratta di dire la sua su “sperimentazioni in cucina” è peggio di Cracco alla finale di Masterchef).

Per questo oggi ci tengo a condividere con voi questa ricetta light, che spero non solo salvi le neomamme come me, ma che sia utile anche a chi voglia mantenersi leggero per un pasto (in questo caso abbinerei due muffin a una buona insalata), senza rinunciare ai sapori delicati, oppure desideri uno snack alternativo e sfizioso al tempo stesso.

Che dire ancora? Buon appetito!

HEALTHY LIGHT MUFFIN (PER TUTTE LE ETÀ)

INGREDIENTI

  • 200 gr di carote crude (da tritare)
  • 40 gr di noci (da tritare)
  • 50 gr di farina (normale, integrale o quella che preferite)
  • 2 uova possibilmente bio
  • 40 gr di parmigiano grattuggiato
  • 1 cucchiaino di zucchero di canna
  • 1 bustina di lievito salato
  • 50 ml di latte (o latte vegetale)
  • 1 pizzico di prezzemolo fresco o congelato
  • 100 ml di olio di semi di girasole
  • 1 pizzico di sale

ISTRUZIONI

In una ciotola mescolare gli ingredienti “bianchi”: farina + lievito + zucchero di canna + sale + parmigiano, e infine aggiungere le noci tritate.

Nella seconda ciotola mescolare: carote + uova + latte + olio + prezzemolo.

Mescolare i contenuti delle due ciotole in un unico recipiente capiente, fino a ottenere un impasto morbido.

Versare l’impasto nello stampo da muffin e infornare a 180 ° C per 20 min (vedi sopra)

Healthy light Muffin

Buon appetito!

INFO: 270cal/100g (solitamente un muffin varia da 85g a 100g)

Visita il suo sito (che è fantastico!!!) dove troverai alcune delle sue ricette ma anche tantissimi consigli nutrizionali : http://www.wellbeingnourish.com

Oppure puoi seguirla su Instagram dove la trovi come @alice_wellbeingnourish

IL TURISMO AI TEMPI DEL COVID

Penso che questo sia davvero un argomento importante, perchè il settore del turismo ( uno dei più importanti per il Bel Paese), è stato colpito molto duramente dal Covid. Ho invitato a parlarne Elisabetta Patanè, proprietaria di un’agenzia di viaggi (Pianegonda Viaggi) in Sicilia. Le ho chiesto di raccontarci come ha vissuto quei momenti e come si è reinventata per rialzarsi. E più ne parlo con le persone e più mi sento dire di questa necessità di “ritornare alle origini”. Ma non voglio svelarvi nulla, credo che quello che leggerete sia davvero interessante per tutti noi, devo dire che mi sono molto emozionata. In genere sapete che mi piace mettere molte immagini agli articoli che pubblico. Non questa volta. Mi sembrava che inserire delle immagini spezzasse quel ritmo narrativo incalzante che creava pathos… non mi resta che lasciarvi con Elisabetta!!!


Buon Anno!! Benvenuto 2020!!!

E’ così che si chiudeva il 2019, tra brindisi e grandi aspettative per l’anno che arrivava.. il 2020.. l’anno del TURISMO dicevano le proiezioni, un anno in cui tutto il settore avrebbe finalmente spiccato il volo dopo aver trascorso un tempo incredibilmente lungo appeso alla ghigliottina delle incertezze dettate dalla profonda crisi economica durata anni..

ma piano piano c’eravamo, era passata, adesso toccava a noi operatori del turismo..

Pochi mesi ed arriva il 10.03.2020, il LOCKDOWN, una data che difficilmente scorderemo.. Un nemico invisibile agli occhi del mondo intero ci travolge come il peggiore degli tsunami,spazzando via senza pietà vite umane, economia, rapporti sociali.. il MONDO SI FERMA.. Tutto.

Il TURISMO, i trasporti, i sogni di evasione dalla sedentarietà della propria vita sono stati uno dei primi obiettivi su cui il “nemico” ha mirato e colpito ferocemente.. Nulla era più fuibile, nulla era più sicuro, la paura cresceva, la psicosi… incontrollata.

Gestire un’emergenza di tale portata non è semplice per nessuno, ma il “nemico” come spesso accade, fa i conti senza l’oste.

Mi chiamo Elisabetta Patanè, il “mio” mondo (per me come famiglia) è abituato a chiamarmi semplicemente Betty e sono titolare di un’agenzia di viaggi.

Elisabetta Patanè

Io, come molti miei colleghi, siamo stati in prima linea nel gestire il faticoso e a volte improbabile rientro dei molti Italiani bloccati all’estero all’inizio della pandemia. Ricordo in particolare 4 ragazzi partiti per Cancun con un fai da te. Mi hanno chiamato disperati chiedendomi di aiutarli a rientrare in Italia dal Messico poiché tutti i motori di ricerca non rispondevano. Dopo mille peripezie con un volato via Miami, New York e Roma sono finalmente rientrati a Catania… era il 3 di Aprile. Ho stalkerizzato le polizie di mezzo mondo per assicurarmi che riuscissero a passare, ho emesso e riemesso biglietti aerei che venivano regolarmente annullati perché le compagnie aeree cancellavano i loro voli senza preavviso, ma alla fine ce l’hanno fatta!!! Quando sono atterrati a Catania mi hanno chiamata piangendo di felicità e mi hanno promesso che non avrebbero mai più viaggiato se non attraverso di me 😀

Nel corso della quarantena, con un tempo, che anche se non richiesto, tornato improvvisamente a mia disposizione, ho approfittato per approfondire la mia conoscenza di territori lontani, di popoli, usi, costumi.. non sono mancate le tante riunioni con i tour operators, i confronti e le innumerevoli chiamate, i messaggi e le videochiamate con i colleghi ma soprattutto con amici/clienti che mi hanno sostenuta, aiutata, e confortata nel pensare che nulla era finito e che insieme ce l’avremmo fatta.

Sono una persona estremamente socievole, anche sul lavoro non riesco a mantenere le distanze fornitore/cliente. Il Lockdown ha minato il mio essere ME tanto da rendermi triste, ha minato quanto ho costruito in 18 anni di attività. A volte ho avuto paura di non uscirne, anche se questa paura durava pochi attimi. In fondo cos’è VIVERE se non combattere per i tuoi ideali, i tuoi sogni, i tuoi progetti e difendere con le unghie e con i denti ciò che ti è più caro? IO ho deciso di combattere, in fondo come disse qualcuno “non puo’ piovere per sempre”..

Noto che le persone oggi non hanno paura di viaggiare, quanto paura di rimanere bloccati e non riuscire a tornare… ma credo che questo con il tempo passerà.

Il modo di vivere il turismo ha subito negli anni non poche scosse ed ogni volta si è sempre trovato il modo di rialzarsi e di ricominciare… Basti pensare alle intemperie, allo tsunami, alle pandemie passate (sars, dengue,…), agli attacchi terroristici dell’11 settembre, eppure siamo ancora qui a parlarne 🙂 Oggi sono tante le incognite e parte lottare contro la paura abnorme che tutto questo ha generato, bisogna ricostruire, porsi nuovi obiettivi, seguire nuove regole… ma ciò che non smetterò mai di dire è che la vita è una sola e merita il massimo impegno nell’essere vissuta a pieno.

Fino a prima di tutto questo, ero abituata a ritmi lavorativi incessanti, e anche se mi mancano molto, oggi occorre reinventarsi.. e se, fino a “ieri” ero concentrata a realizzare i sogni di chi mi chiedeva territori lontani, oggi riparto dalla mia terra, una terra a cui non prestavo più molta attenzione, ma che senza dubbio ha poco da invidiare al resto del mondo, una terra paradisiaca piena di mille sfaccettature: la Sicilia. E’ un po’ come tornare alle origini e a dirla tutta tutto questo mi commuove.. E mi riempie il cuore riuscire a donare quella stessa realtà a chi sogna mete lontane.

Torneremo a Visitare il MONDO, Torneremo a navigare per mari vicini e lontani, ma oggi godiamoci la nostra Terra.. L’Italia intera.

Sono Betty Patanè… un’agente di viaggi che ama il suo lavoro

Puoi contattarmi all’Agenzia di viaggi Pianegonda 0909743022, ovviamente organizzo qualsiasi tipo di viaggio anche a distanza. Instagram @bettypatane o @pianegonda_viaggi.

Il tortino di ricciola, con morbido di menta e bacche di Goji di Vanessa

Per la rubrica C&C Cooking and Chatting oggi cucina e si racconta Vanessa, aspirante partecipante a Masterchef

Ciao a tutti sono Vanessa, ho 34 anni e vivo in provincia di Roma.

Già dalla foto è chiaro: Vanessa durante le selezioni di Masterchef

Giuliana mi ha “scovato” tramite la mia pagina instagram che in realtà nasce da poco, non ho mai avuto il coraggio di “espormi” più di tanto, diciamo che questa quarantena mi ha fatto capire che la vita è un attimo e che dovremmo sempre cercare di essere noi stessi al meglio in qualsiasi occasione e tuffarsi nelle nuove avventure perché magari qualcosa di bello davvero ci sta aspettando dietro l’angolo!

C’è stata una volta però, quasi 4 anni fa, in cui mi hanno catapultato nelle selezioni di Masterchef, incoraggiata dal mio fidanzato mi decisi ad inviare il Curriculum, la mia storia, le foto dei miei 3 piatti “forti” per la prima selezione online. 

Premetto che non ho mai pensato nemmeno di superare la preselezione… invece un giorno normalissimo come tanti ricevetti una telefonata dalla redazione … “SEI STATA SCELTA PER LA SECONDA FASE!!!”. Inizialmente ho pensato ad uno scherzo, invece era tutto vero!!!

L’opportunità di Vanessa

Da quel momento per circa due mesi ho ricevuto telefonate, fatto colloqui in cui mi chiedevano di tutto sulla mia vita: lavoro, fidanzato, hobby… hanno controllato il mio Facebook ed il mio Instagram, devo dire tutto ferreo e molto professionale. 

Dopo due mesi mi dicono di recarmi in un Grand Hotel a Roma: avrei dovuto cucinare un piatto a mia scelta con il solo ausilio di un forno a microonde ed una presa elettrica, il tutto in 20 minuti. 

OK, mi sono detta, difficile ma posso farcela

Arrivata mi fanno il check in e comincia una fila estenuante di circa 7 ore in attesa del mio turno. Ecco, finalmente mi chiamano, è fatta tocca a me!!!

In 15 minuti devo dare il tutto per tutto: cerco di comporre il piatto nel miglior modo possibile mentre una ragazza della redazione mi tempesta di domande: impiatta, sorridi, rispondi, concentrati… alla fine mi esce fuori un piatto visivamente spettacolare!!! Tanto che mi sono spostata dal banco prova ed ho pensato “L’ho fatto io!?!?”

Resto in attesa per andare dallo Chef esaminatore: entro in una stanza dove ho riflettori e tre telecamere puntate su di me, un ragazzo della redazione che mi fa domande tecniche di cucina mentre lo Chef assaggia il mio piatto, un’ansia pazzesca!

Al primo boccone TROVA UNA LISCA DI PESCE…. AHHHHH volevo scappare. Poi però vedo che finisce tutto il piatto e penso “non male”… l’altro sembrava meno convinto.

Dopo mezz’ora esce una ragazza che con modi molto gentili mi dice che per lo Chef andava bene ma per la Redazione no!!!!

Una delusione pazzesca, ma poi riflettendoci il lato positivo c’è: se per lo Chef andava bene vuol dire che ho fatto un buon piatto ed è quello mi ha reso, e mi rende, felicissima. 

Andava bene così. Un’esperienza adrenalinica che, se ti piace cucinare che consiglio a tutti.

Ah dimenticavo, il piatto che ho presentato è “Tortino di ricciola con morbidoso di menta e bacche di Goji”.

Tortino di ricciola, con morbido di menta e bacche di Goji

RICETTA (per due persone): 

  • 2 filetti di Ricciola o Spigola
  • 1/2 limone non trattato
  • 1/2 bicchiere di vino bianco
  • sale qb

SALSA VERDE

  • 1 mazzetto di menta fresca
  • olio EVO 2 cucchiaini
  • sale qb
  • pepe bianco
  • 5/6 cubetti di ghiaccio

SALSA ALLA BARBABIETOLA

  • 100 gr di barbabietola precotta
  • 75 gr yogurt greco
  • 10 gr noci
  • 10 ml olio EVO
  • 1/2 spicchio aglio

PROCEDIMENTO:

Cottura pesce

In una padella antiaderente cuocere a fuoco lento i filetti di pesce con un filo di olio EVO, a metà cottura sfumare con il vino e il succo di mezzo limone. Cuocere su entrambi i lati avendo cura di non far asciugare troppo il filetto. Quando vedete che il pesce è arrivato a cottura (Non farlo seccare!!!! Deve mantenere i suoi liquidi !!!) Coprire con un coperchio e lasciarlo riposare.

Salsa verde 

Pulire bene il mazzetto di menta avendo cura di non rovinare le foglioline. Prendere un mixer e inserire tutte le foglie, l’olio EVO, sale, pizzico pepe bianco e i cubetti di ghiaccio in modo da evitare l’ossidatura della menta. Mixare tutto per pochi secondi, a questo punto la vostra crema è pronta e la potete riporre in una ciotolina.

Salsa alla barbabietola

Mettere direttamente nel mixer olio, aglio, noci, sale e pepe aggiungere le barbabietole a cubetti, mixare il tutto. In un secondo momento aggiungere yogurt greco, mixare fino ad ottenere una crema liscia e omogenea, vedrete che avrà un colore bellissimo!!!!

COMPOSIZIONE DEL PIATTO (che a me sembra un’opera d’arte N.D.A.)

Utilizzare un piatto grande e possibilmente bianco in modo da far esaltare tutti i colori. Prendiamo la salsa alla barbabietola, per avere l’effetto scenografico del mio piatto basta semplicemente mettere una dose pari a due cucchiai di salsa al centro del piatto, dare un colpo deciso con il dorso di un cucchiaio alla salsa! (cercando di non spaccare il piatto!!!) Ovviamente sporcherete un po’ ma il risultato sarà bellissimo!!!!!!

Eliminare dal filetto la pelle ed aver cura che non vi siano lische, con l’aiuto di un coppa pasta andiamo a comporre il tortino. 

Posizionare il coppa pasta al centro del piatto e iniziare a riempire con il filetto di pesce  stando attenti a non sfaldarlo troppo ,riempiere fino all’orlo del coppapasta.  Infine con un cucchiaino e con estrema delicatezza creare uno strato sottile di salsa alla menta a guarnizione del nostro tortino .A questo punto estrarre il coppapasta e voilà il gioco è fatto! Ultima chicca 3 4 bacche di goji a guarnizione!

Se vuoi contattarmi o vedere semplicemente quello che cucino puoi seguirmi su Instagram sono @vanessa.adriani

Ciao a tutti!!!

Vanessa 🙂

BENVENUTI NELLA VITA DI UN LIFE COACH

Con il Covid, ma anche per altre svariate ragioni di vita, molte persone si sono trovate a reinventarsi e a svolgere “nuovi” lavori che non solo erano più al passo con i tempi che stiamo vivendo ( e con quindi nuove necessità) ma anche che le soddisfacevano di più sia da un punto di vista economico che personale. Non è facile reinventarsi e cambiare rotta, ma c’è chi ci è riuscito ed oggi ho invitato Vladimir Dela Paz a spiegarci un nuovo lavoro, quello del Life Coach.


Ciao sono Vladimir ed ho 35 anni. Da 17 anni nel settore del retail abbigliamento/moda.
Sono partito come venditore per approdare al Visual merchandising.

Attraverso varie aziende e grazie a persone che hanno creduto, in me ho raggiunto la posizione di Visual merchandising worldwide, esperienza che mi ha aperto la mente moltissimo, poiché mi ha dato la possibilità di conoscere posti come la Russia, la Cina, Hong Kong, l’Arabia Saudita, Gli Emirati Arabi, il Marocco, la Libia e tanti altri facendomi confrontare con tantissime culture.
La vita passata tra alberghi e aerei, dopo 2 anni non mi appagava più, non per il fatto di viaggiare ma per il motivo e la missione : mettere a posto degli “stracci”. Questa frase mi continuava a rimbombare nella testa ,fino a quando un lutto mi colpì al cuore.
Questo fatto mi uccise dentro e mi fece capire che stavo sbagliando strada e che mi stavo perdendo pezzi importanti della mia vita.
Sono sempre stato una persona solare, allegra e positiva ma questo lutto mi cambiò molto.
Solo dopo essere tornato stabilmente a Roma (la mia città) lasciando anche ottimi lavori, ho ritrovato le mie origini, quando ero ancora genuino e pieno di vita.
Oggi ho scelto di tornare ad esserlo e di sfruttare ciò che ho imparato per aiutare gli altri. Voglio vivere a disposizione delle persone che erano, sono e saranno come me e migliori di me, soprattutto.
Per questo ho scelto di rimettermi in gioco.

VLADIMIR

Quando pensai alla figura del life coach, la prima cosa che mi son detto è che ha concetti difficili da spiegare e da far capire.
Secondo me non ci sono parole adatte per descriverla ma sicuramente ci sono sensazioni ed emozioni che potrebbero sicuramente rappresentarlo.

In un mondo di incertezze, il Life coach può essere la chiave


Di base, si parla proprio di questo quando si intende cosa deve avere un life coach in primis, il sentimento ( il cuore).
Come si capisce dalla parola stessa, è un allenatore di vita. Un mentore. Una persona predisposta e disposta ad avere come suo focus, la motivazione di chi assiste, portandolo a migliorare le performance e ad avere una chiara visione dei suoi obiettivi. E non solo. Non occorre, secondo me, aver solamente studiato per esserlo e farlo, ma si deve avere una sensibilità tale da poter costruire un progetto vero disegnato dal cuore.
Ecco perché ho deciso di intraprendere questo percorso, dopo che ho avuto modo di riflettere molto su cosa io volessi da me stesso e dalla vita. Ho capito cosa mi rende felice, cosa mi realizza e quale è la mia “mission”: Voglio aiutare le persone, farle ridere, farle stare bene e farli riflettere sui valori e sui concetti chiave per vivere meglio.
Mi sono reso conto che oggi le persone sono sempre più omologate ad un prototipo scelto da un authority e hanno sempre una maggiore paura a differienzarsi e a cambiare. Quasi nessuno è veramente felice del proprio stile di vita, hanno tanto timore nell’ammetterlo e sono persone provenienti da ogni ceto sociale. Quindi ho pensato che abbiamo tutti bisogno di un’ “amico” che ci sproni e che ci dia ispirazione.

Think different, make difference


Quindi, ecco la mia idea di avvicinarmi al ruolo del life coach.
Magari si può pensare di farsi bastare un buon amico ma purtroppo, non ha proprio la stessa efficacia. Un amico, diciamo tradizionale, è una persona affezionata e famigliare ma raramente è una persona più positiva e aperta mentalmente di te, inoltre è sicuramente influenzato dalla conoscenza che ha di te, per il tuo passato e per la tua storia, e non sa proiettarti nella realtà presente e nell’ideale futuro in maniera oggettiva e obiettiva.
Il Life Coach deve essere super partes e deve darti miglioramenti nel tuo stile di vita a 360 gradi ma in maniera personalizzata, su misura per te.

Life coach: una figura che trova un equilibrio tra il cuore e la mente


Nel mio profilo IG, mostro testimonianze di personalità di cui mi sto sempre più circondando, per darti sempre maggiori strumenti per migliorare ogni singolo aspetto della tua quotidianità. Sto comunicando spensieratezza e forza per ribaltare anche le situazioni più negative. Mi sto preparando, contornandomi di personalità vere e di spessore che ti possano dare un’incentivo a fare il salto di qualità e dare un supporto nei momenti dove il coraggio sembra spegnersi.
La vita è una sola ed è inutile passarla con persone che non vuoi, in posti che non vuoi e facendo cose che non vuoi. Se pensi che fare un ribaltone sia così difficile e hai paura, sappi che più lei è forte e più vale la pena farlo, perché significa che quello che troverai oltre il confine della tua zona di comfort è qualcosa di veramente straordinario, di vivo e di vero.
Non aspettare di avere le condizioni perfette per buttarti in una nuova avventura, fallo subito perché solo cosi avrai modo di imparare di più e sfruttare al meglio il tuo tempo. Quest’ultimo è il bene assoluto più prezioso ed è un peccato non pensarlo e perderlo senza attribuirgli il suo reale valore.
Ti lascio con una frase che se vorrai approfindirla, mi piacerebbe farlo con te.

“Trova subito la gioia in ogni singolo granello di sabbia e troverai il tuo mare di felicità”

Trovi Vladimir sul suo profilo IG @vladimircocovich_lifestyle